In questa sezione Valerio Rocco Orlando incontra artisti internazionali che negli ultimi anni hanno fondato spazi e istituzioni indipendenti in territori decentralizzati.

Pensiero orizzontale nell’educazione artistica: Miroslaw Balka

In questa conversazione Valerio Rocco Orlando e Miroslaw Balka (artista e fondatore di PDP-Studio of Spatial Activities) riflettono sulle loro esperienze nello sviluppo di istituzioni indipendenti. Parlando di modelli educativi, questioni sociali, istituzionali ed estetiche, discutono su cosa significhi essere un educatore in tempi così difficili.

Valerio Rocco Orlando: Possiamo cominciare parlando di come è iniziata la tua esperienza con lo Studio of Spatial Activities?

Miroslaw Balka: È una lunga storia, non so se hai abbastanza nastro.

VRO: Vediamo dove arriviamo.

MB: Tutto è iniziato quando ho lasciato l’Accademia d’Arte nel 1985­­ ­­– ricorda che ho vent’anni più di te ­­– ho perso il contatto e non ero più molto coinvolto poiché avevo finito il mio percorso e dovevo andare per la mia strada. Sai, non avevo mai pensato all’insegnamento. Ad ogni modo, nel 2003 il mio amico Piotr Kurka, un’artista polacco, mi ha chiesto se fossi disponibile a organizzare un guest studio project all’accademia di belle arti di Poznań per un anno. All’inizio andavo a Poznań una volta alla settimana per gli incontri, avevo un gruppo di sei allievi perché non ero così conosciuto tra il corpo studentesco ­­– direi per il fatto che molte delle mie mostre fino ad allora erano state organizzate all’estero. Così ho lavorato con questo piccolo gruppo di studenti che mi ha permesso condizioni di insegnamento davvero favorevoli. A un certo punto, verso la fine dell’anno, la maggior parte degli studenti mi ha chiesto di restare e insegnare. Mi sentivo responsabile ­­– e inoltre non riuscivo ad essere lì tutto il tempo ­­– così ho pensato che avrei dovuto portare a termine la missione e accettare di restare un altro anno, sai, per portare avanti il programma. In quel momento non sapevo quale sarebbe stato il programma, sentivo che avrebbe dovuto essere qualcosa relativo alla scultura ma era difficile avere una visione chiara di cosa significasse insegnarla all’epoca, nel 2003-2004. Dopo questo programma di un anno ho dovuto cambiare facoltà perché a un certo punto ho dovuto spiegare agli altri professori cosa pensassi del loro metodo di insegnamento, e non hanno voluto che restassi alla facoltà di scultura visto che non condividevo il loro concetto di educazione, che era molto naïve.

VRO: Cosa intendi per “molto naïve”?

MB: Voglio dire tradizionale, intendo concepire la figura umana nuda come principale punto di partenza per ogni pensiero critico, o privilegiare come materiale l’argilla – e magari avevano anche ragione. Secondo me era un po’ all’antica, oserei dire, visto che all’epoca lavoravo in modo diverso e sicuramente non usavo l’argilla, Così mi sono trovato in un momento di cambiamenti e ho iniziato a spostarmi, prima alla facoltà di comunicazione, un altro anno alla facoltà di educazione artistica e così via. Io mi spostavo e allo stesso tempo il programma cambiava, ma lentamente il gruppo è cresciuto fino a dieci, quindici studenti. Il momento decisivo è stato l’anno in cui non avevo formalmente lo studio come luogo di lavoro, così decisi di affittare un appartamento a Poznań. Aveva cinque stanze e lo usavo per le riunioni, come spazio educativo e anche come spazio espositivo. Al tempo non era per nulla comune ospitare mostre in un’abitazione privata, per cui questo è stato un passo piuttosto importante per capire che avere uno studio il più lontano possibile dall’edificio accademico principale è senza dubbio una cosa positiva. Ho capito così che l’insegnamento migliore avviene al di fuori delle mura dell’accademia. Abbiamo sviluppato moltissimi progetti interessanti, a poco a poco il gruppo di studenti è cresciuto sempre di più e abbiamo iniziato anche qualcosa che al tempo non era ancora conosciuto: realizzare progetti direttamente nella città, sfruttando luoghi diversi e non convenzionali, come vicoli o angoli delle strade.

Courtesy: PDP Miroslaw Balka Studio of Spatial Activities

VRO: Una sorta di en plein air?

MB: Non proprio en plein air, ma più una ricerca di punti di riferimento della città: elementi architettonici, piazze, negozi, alimentari, librerie, insomma vari contesti.

VRO: Questo quando è stato?

MB: Tra il 2005 e il 2008.

VRO: Sempre a Poznań?

MB: Sì, tutto questo era ancora a Poznań. A quel punto del 2009 stavo lavorando al progetto per la Turbine Hall della Tate Modern a Londra, e questo ha avuto una risonanza molto forte sul programma. Quando sono tornato nel novembre del 2009 sessanta persone si erano unite allo studio a Poznań. Ognuno firmava per fare parte dello studio e io non sapevo come lavorare con così tanti studenti, allora ho deciso di suddividerli e creare gruppi di lavoro, e alla fine ho scelto di ripartirli in dieci gruppi da sei persone. È stata una decisione importante ed è diventata un fattore strategico del mio metodo educativo perché ho potuto iniziare a pensare a come costruire squadre all’interno del framework dello studio, e sviluppare per gli studenti opportunità di lavorare tra loro.

VRO: Lasciavi che fossero gli studenti a scegliere come formare i gruppi? O quali erano i criteri?

MB: In realtà una specie di lotteria! Quindi è stata un’altra tipologia di esperienza che ho acquisito, un altro genere di conoscenza in un nuovo campo di insegnamento. All’inizio era un’attività lontana dagli spazi universitari, quasi privata, perché non ero coinvolto nella rete dell’accademia e non avevo nessun titolo in quel momento, non avevo conseguito il dottorato di ricerca né ero professore, ero solo un diplomato dell’Accademia.

VRO: Eri un artista professionista.

MB: Sì, e per me è stato un passaggio molto interessante scoprire i metodi d’insegnamento.

Quando l’anno successivo il numero di studenti è diminuito, ho definito un sistema di esami per lo studio. La prova consisteva di fatto solo in una conversazione, eppure da sessanta studenti siamo scesi a trenta. Forse alcuni si sono un po’ spaventati. A Poznań abbiamo iniziato a collaborare con altre istituzioni, università locali e anche un importante centro commerciale, e gli studenti lavoravano a progetti relativi a diversi contesti, spazi, e a diverse relazioni con le persone. Il 2009 potrebbe essere visto come il mio grande ritorno in Polonia, dopo il progetto alla Tate. Il mio lavoro iniziava a essere riconosciuto, quindi era facile usare il mio nome e la mia posizione nel mondo dell’arte per far circolare quello dei miei studenti. Il 2009 è stato anche l’anno in cui abbiamo iniziato a dialogare e collaborare con diverse accademie in tutto il mondo.

Courtesy: PDP Miroslaw Balka Studio of Spatial Activities

VRO: È in quel momento che hai spostato lo studio a Varsavia?

MB: Sì, mi è stato offerto un lavoro a Varsavia, alla facoltà di media. Fare il pendolare iniziava a stancarmi, perché significava arrivare in stazione, avere a che fare con treni che sono spesso in ritardo e quindi doversi piantare davanti al tabellone ad aspettare ­­– e in inverno non è proprio un piacere. La cosa interessante di quando mi hanno offerto questa posizione è stato quello che ho provato una volta che l’ho ottenuta: sentivo di avere una responsabilità diversa. A Poznań il mio lavoro era molto lontano dalla logica strutturale dell’Accademia. Arrivavo, incontravo gli studenti, senza imbattermi in altri professori, facevo il mio lavoro e poi tornavo a Varsavia. Provavo sentimenti contrastanti per l’Accademia di Varsavia, era la scuola dove mi ero diplomato. Ho deciso che l’avrei riformata, che l’avrei resa più aperta.

Quando ho iniziato a insegnare lì, ho avviato un programma in collaborazione con il Museo d’Arte Moderna di Varsavia, chiamato Open Academy. Con il supporto del museo riuscivamo a invitare artisti e storici dell’arte, per conferenze, workshop e così via. L’accademia a quel tempo però non era affatto preparata per questo tipo di esperienza, perché era una novità, era “troppo”.

VRO: So cosa vuoi dire. Lo vivo anche io nella mia carriera professionale come educatore all’Accademia di Belle Arti, e in parte è il motivo per cui ho deciso di creare South of Imagination.

MB: Io e un altro professore eravamo gli unici agli incontri, insieme a venti, forse trenta studenti. Non ci siamo dati per vinti, ma abbiamo capito che l’Accademia non era pronta per questo tipo di programma che portava novità in termini di strategie educative. Mi sono reso conto che l’Accademia è ancora piuttosto ingessata per quanto riguarda le modalità di insegnamento: sono ancora molto tradizionali e perpetuano una forma di relazione servo-padrone. Ma l’Accademia è fatta così.

Courtesy: PDP Miroslaw Balka Studio of Spatial Activities

A poco a poco ho capito che non potevo cambiare l’Accademia, non potevo cambiare la facoltà. Quello che potevo fare invece era lavorare sodo e trasformare gli studenti all’interno del programma dello studio. A Varsavia ci lavoriamo da più di dieci anni. Stiamo cercando di cambiare un po’ le cose, di introdurre valori diversi nel modello educativo, come incentivare il pensiero orizzontale anziché imporre una scala gerarchica. Noi non insegniamo secondo la relazione un artista-uno studente. Guardiamo invece al gruppo, e parliamo di gruppi perché credo che un artista non sia solo un lupo solitario. Nella nostra epoca in particolare dovremmo ricercare un sistema di comunicazione tra artisti, critici, storici, e curatori. Dovremmo puntare a sviluppare un canale collettivo di comunicazione, non concentrandoci sui bisogni individuali, ma lavorando con i gruppi e creando opportunità di incontro e dialogo. E, a dirla tutta, questo nell’ultimo anno è diventato un po’ complicato per via dell’ insegnamento a distanza, che sicuramente non porta con sé la stessa energia.

Settembre 2021

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