{"id":503,"date":"2021-03-17T14:14:40","date_gmt":"2021-03-17T13:14:40","guid":{"rendered":"https:\/\/southofimagination.org\/syllabus\/"},"modified":"2021-10-04T17:07:08","modified_gmt":"2021-10-04T15:07:08","slug":"syllabus","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/southofimagination.org\/it\/syllabus\/","title":{"rendered":"Syllabus"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">La societ\u00e0 \u00e8 un laboratorio<\/h2>\n\n\n\n<p>Secondo Michel Foucault, con l\u2019avvento di Napoleone, assistiamo al passaggio da una societ\u00e0 di sovranit\u00e0 a una societ\u00e0 disciplinare. La societ\u00e0 disciplinare si definiva attraverso la costituzione di spazi di reclusione: prigioni, scuole, fabbriche, ospedali, manicomi. Per William Burroughs siamo poi passati alla societ\u00e0 di controllo in cui gli spazi di reclusione non sono pi\u00f9 necessari, perch\u00e9 sostituiti dal subappalto e dal lavoro a domicilio. Nel campo dell\u2019educazione, la scuola e la formazione vengono espletate contemporaneamente, attraverso la formazione permanente, che non comporta pi\u00f9 la necessit\u00e0 di stare chiusi nello spazio di un\u2019aula. Il controllo non coincide pi\u00f9 con la disciplina. Cos\u00ec come in autostrada ci si pu\u00f2 muovere liberamente e all\u2019infinito, pur essendo sempre sotto controllo, lo stesso accade per l\u2019informazione, che sostanzialmente equivale a far circolare parole d\u2019ordine. Non a caso le dichiarazioni della polizia vengono chiamate comunicati. L\u2019informazione \u00e8 un sistema controllato dalle parole d\u2019ordine che valgono in una determinata societ\u00e0. Vale forse questa definizione anche per l\u2019educazione? E l\u2019opera d\u2019arte, invece?<\/p>\n\n\n\n<p>Per Gilles Deleuze l\u2019arte deve fare contro-informazione, trasformandosi in un atto di resistenza. Per Andr\u00e9 Malraux l\u2019arte \u00e8 la sola cosa che resiste alla morte. L\u2019arte \u00e8 ci\u00f2 che resiste. Parafrasando la definizione di potere (che \u00e8 parte integrante della relazione apprendimento-insegnamento) data da Foucault, per il quale il potere non \u00e8 una cosa ma una relazione, lo stesso si potrebbe affermare rispetto all\u2019educazione, la quale non \u00e8 una somma di contenuti ma la relazione di due o pi\u00f9 soggetti con ruoli diversi. Se provassimo a definire la trasmissione del sapere all\u2019interno dell\u2019istituzione come una relazione di poteri differenti, quale modello alternativo potremmo proporre?<\/p>\n\n\n\n<p>Riflettendo sulla trasmissione di conoscenze all\u2019interno della scuola, l\u2019urgenza \u00e8 quella di interrogarsi sulle relazioni degli studenti con gli insegnanti, sul contesto in cui entrambi vivono, sui loro rapporti con la famiglia e con gli amici, per far emergere dalla quotidianit\u00e0 il racconto in presa diretta, cos\u00ec come la presa di coscienza di un vissuto personale e collettivo. A partire dall\u2019aula, che \u00e8 il luogo in cui tradizionalmente il processo cognitivo prende forma, ma anche i corridoi, il cortile o la foresta diventano luoghi privilegiati in cui instaurare una relazione paritaria. L\u2019incontro e l\u2019esperienza stessa della conversazione rappresentano un momento significativo nel processo di creazione del lavoro. Per innescare uno scambio significativo tra artista, partecipanti e pubblico \u00e8 fondamentale che la dimensione laboratoriale attivi una relazione di fiducia, dialogo e ascolto reciproco, di modo che ognuno decida consapevolmente, attraverso il confronto con gli altri, di riflettere sul proprio ruolo all\u2019interno della scuola e, di conseguenza, nella societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Logica di un volto<\/h2>\n\n\n\n<p>Il volto di un individuo narra una storia, tracciando la sua stessa biografia.<\/p>\n\n\n\n<p>Su di esso si incrociano linee differenti, di varie origini, psicologiche, pragmatiche, storiche, sociali, culturali, fisiologiche, meccaniche: \u00e8 una lavagna coperta di segni, autentico geroglifico di tracce eterogenee compresenti, sovrapposte, talora confuse e cancellatesi a vicenda. Per Rudolf Kassner \u201cogni carattere, volto, essere \u00e8 metamorfosi\u201d, in quanto polarit\u00e0 e in-differenza di tratti fissi e tratti mobili, fisionomia e mimica, statica e dinamica.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul grande schermo il volto dell\u2019uomo assume dimensioni e proporzioni inconsuete, si fa mondo e paesaggio. Vedendo un volto isolato, scrive B\u00e9la Bal\u00e0zs, ci troviamo all\u2019improvviso soli, a quattr\u2019occhi con quel volto e possiamo instaurare con esso una relazione caratterizzata da un\u2019intimit\u00e0, una vicinanza e una complicit\u00e0 in precedenza impensabili.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal momento che l\u2019uomo non pu\u00f2 essere come appare, semplicemente perch\u00e9 non si limita a essere, ma continuamente diventa, cambia, si trasforma per affermare l\u2019assoluta singolarit\u00e0 del suo essere individuo, il volto non \u00e8 pi\u00f9 spazio, ma tempo. Il volto \u00e8 storia, o meglio, racconta le sue storie; non dice il carattere ma le sue trasformazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Leggere e interpretare queste storie richiede una facolt\u00e0 conoscitiva peculiare, uno sguardo particolare che si fa sensibilit\u00e0, facolt\u00e0 intuitiva, istinto, immaginazione, esperienza vissuta, simpatia ed empatia naturale. Uno sguardo sentimentale che trae dal mondo visibile la chiave del mondo invisibile.<\/p>\n\n\n\n<p>La comprensione autentica dell\u2019altro avviene dunque attraverso una \u201creciprocit\u00e0 di sguardi\u201d: il senso del volto si genera, di volta in volta, all\u2019interno di una relazione polare-circolare, di perfetta co-risonanza vissuta tra ci\u00f2 che oggettivamente appare e lo sguardo soggettivo. Tesi rafforzata dall\u2019origine etimologica del termine \u201cviso\u201d, che indica proprio sia la visione che la vista e pertanto la piena reciprocit\u00e0 e interscambiabilit\u00e0 tra soggetto veggente e oggetto visto.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulla scia di queste considerazioni possiamo arrivare ad affermare che di fronte agli altri, osservandoci da vicino e nel profondo, in qualche modo arriviamo ad assomigliarci, creando nuove proiezioni e corrispondenze.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Etica ed estetica dell&#8217;incontro<\/h2>\n\n\n\n<p>Per Martin Buber l\u2019incontro (Begegnung) ha un\u2019importanza che va oltre la compresenza e la crescita individuale. Quando un essere umano si rivolge a un altro e cerca di comunicare attraverso il linguaggio o il silenzio, tra i due individui avviene qualcosa che non \u00e8 riscontrabile in nessun altro luogo in natura. Questo incontro, definito \u201cla sfera del tra\u201d, evidenzia la possibilit\u00e0 di essere pienamente coinvolti gli uni con gli altri, per incontrare se stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Analogamente agli studi di Anthony Cohen, che analizzano i modi in cui i confini delle comunit\u00e0 vengono simbolicamente definiti e come le persone diventano consapevoli di appartenere a una collettivit\u00e0, la mia ricerca esplora il senso di identit\u00e0 che deriva dalla percezione simbolica della condivisione di un\u2019esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire dal mio vissuto personale, ho dato vita in questi anni a una serie di progetti caratterizzati da un forte interesse sociale intrinsecamente legato a una profonda ricerca estetica. Le mie esperienze di produzione mi hanno portato a lavorare su differenti cicli di installazioni incentrate sulla relazione tra identit\u00e0 individuale e collettiva e sulle trasformazioni prodotte dalle relazioni sociali nei processi di formazione identitaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Attraverso gli strumenti dell\u2019incontro, del dialogo, del confronto e analizzando temi come il rapporto delle generazioni pi\u00f9 giovani con il folklore, le relazioni all\u2019interno di una coppia e della scuola come istituzione, sono immerso in un\u2019esplorazione trasversale del concetto di senso di appartenenza e di relazione tra individuo e comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>In osmosi con teorie contemporanee che attingono a diversi ambiti delle scienze sociali, antropologia, filosofia e psicologia, la mia ricerca nasce e si sviluppa a partire dalla convinzione che la nostra identit\u00e0, in continuo movimento, vive all\u2019interno di stratificazioni di memorie e cresce attraverso la condivisione di relazioni e sentimenti.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Identikit dell&#8217;artista<\/h2>\n\n\n\n<p>Non vi \u00e8 differenza tra arte ed educazione. Entrambe rispondono a una profonda esigenza di analisi e conoscenza reciproca. In questo senso l\u2019artista oggi ha una responsabilit\u00e0 concreta, non solo nella condivisione del processo di produzione dell\u2019opera d\u2019arte, ma anche in una sua restituzione formale che sia fruibile oltre i confini della sua comunit\u00e0 di riferimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio esercizio si esplica allora in una riflessione sul ruolo stesso dell\u2019artista, attraverso un invito, rivolto a ogni partecipante, finalizzato a stilare un identikit che ne sintetizzi le sue caratteristiche essenziali. Solo in una seconda fase, successiva a questa prima ricognizione, si potr\u00e0 individuare nel territorio chi risponda a quei tratti distintivi, al fine di attivare un confronto, su attitudini individuali ed esigenze collettive, che sia realmente fertile e produttivo per tutti.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi metto di lato dunque, rifiutando di dare istruzioni a distanza. Nell\u2019ottica di una cittadinanza attiva, preferisco attivare un dispositivo che rifletta l\u2019identit\u00e0 del gruppo, alzando l\u2019asticella delle domande, a partire da un rapporto di fiducia che nasca dalla pratica dell\u2019auto-osservazione, dell&#8217;immedesimazione, dell\u2019identificazione delle urgenze e dell\u2019ascolto attivo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Lo spirito della reciprocit\u00e0<\/h2>\n\n\n\n<p>Alla luce del fallimento del multiculturalismo e dei paradigmi che fino a poco tempo fa sostanziavano la produzione culturale dell\u2019Occidente, in una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 individualista e globalizzata, dominata dai Big Data e lacerata dagli estremismi, con un divario crescente tra ricchi e poveri, tra centro e periferia, tra Nord e Sud, \u00e8 possibile riattivare il senso della comunit\u00e0, il desiderio alla partecipazione e una relazione pi\u00f9 autentica con le istituzioni?<\/p>\n\n\n\n<p>Fin dall\u2019inizio della mia esperienza come artista e come educatore, per indole e attitudine, ho attivato un dialogo personale con i miei interlocutori, a partire dalla pratica dell\u2019ascolto attivo, dell\u2019auto\u2013osservazione, dell\u2019immedesimazione, dell\u2019identificazione delle urgenze e della gestione dei processi di mediazione. In Italia, negli Stati Uniti, a Cuba, in India, in Spagna, in Corea del Sud e in Palestina, in ogni territorio in cui mi sono ritrovato a vivere e lavorare, ho creato piccole comunit\u00e0 di pratica attraverso sodalizi generati dalla fiducia e da uno spirito di reciprocit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Che si tratti di una scuola, di un museo o della cosa pubblica, penso sia necessario instaurare un rapporto pi\u00f9 umano con le istituzioni, considerando la controparte non alla stregua di un\u2019entit\u00e0 astratta, ma come un individuo, piuttosto, con cui innescare uno scambio tra pari.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa necessit\u00e0 emerge oggi con particolare forza ed evidenza nell\u2019attivit\u00e0 di didattica a distanza, davanti a videocamere e microfoni spenti che rendono difficile il dialogo con il gruppo classe. Da quando insegno Drammaturgia multimediale all\u2019Accademia di Belle Arti di Brera ho allora deciso di misurarmi con un solo studente alla volta, a costo di investire un gran numero di ore ed energie durante l\u2019intero anno accademico. Sfruttando le potenzialit\u00e0 delle nuove tecnologie per agevolare un confronto personalizzato, l\u2019esame stesso non \u00e8 stato concepito come un test alla fine del corso, ma come un percorso a tappe scandito dal tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora credo sia urgente, oltre al sistema dell\u2019arte e alla sfera dell\u2019educazione, condividere questa metodologia con altre frange della societ\u00e0, allo scopo di rinnovare e umanizzare le istituzioni attraverso un dialogo uno a uno. Solo cos\u00ec sar\u00e0 possibile relazionarsi, in modo inclusivo e davvero partecipativo, con comunit\u00e0 complesse.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Lente passerelle<\/h2>\n\n\n\n<p>Quando Martin Heidegger parla della poesia di Friedrich H\u00f6lderlin utilizza una metafora a cui sono molto affezionato, quella delle \u201clente passerelle\u201d. Si tratta di ponti che non sembrano tali, poich\u00e9 fanno parte dei luoghi tra cui stabiliscono il passaggio. L\u2019esplorazione umana che compio attraverso il mio lavoro avviene percorrendo a fianco dell\u2019altro queste \u201clente passerelle\u201d. Esse connettono diversi elementi del paesaggio, favoriscono l\u2019incontro, il dialogo e l\u2019apertura. Tali processi richiedono tempo e presenza costante, ma soprattutto fiducia reciproca, osservazione e ascolto. Si tratta, per l\u2019appunto, di un viaggio lento, graduale, in cui l\u2019empatia \u00e8 il carburante naturale.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Aprire un ombrello<\/h2>\n\n\n\n<p>Non ho mai realizzato documentari. Non \u00e8 un tema astratto e lontano a dettarmi la via. Parto sempre, in maniera istintiva, da un\u2019esigenza di approfondimento personale. Sono poi gli incontri con le persone che interpello a indicarmi la strada da seguire. Pongo delle domande e metto in relazione le risposte. La mia idea di arte \u00e8 una proposta che resta aperta.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2010, una volta approdato a New York, ho iniziato a sentire la mancanza dei miei affetti pi\u00f9 cari. Mi mancava la quotidianit\u00e0 della vita di coppia. Mi interrogavo su come fosse possibile, in una relazione a distanza, accrescere la consapevolezza della propria unione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon c\u2019\u00e8 essenza senza \u2018co-essenza\u2019 e non c\u2019\u00e8 esistenza senza co-esistenza.\u201d In questo modo Jean-Luc Nancy ha sintetizzato e riproposto la questione del senso dell\u2019essere nel punto di incontro tra gli esistenti, nel nostro essere originariamente gli uni con gli altri. Elaborando una nuova ontologia dell\u2019essere che \u00e8, al tempo stesso, singolarmente plurale e pluralmente singolare. Non sussiste presenza che non sia condivisa, non vi \u00e8 un soggetto che non sia un noi, un \u201cin s\u00e9\u201d che non sia con altri, nella simultaneit\u00e0 e concomitanza dell\u2019esistere. Le riflessioni del filosofo francese sull\u2019essere singolare-plurale si sono intrecciate in quegli anni alle mie osservazioni sull\u2019esperienza amorosa, dell\u2019essere-con che rappresenta il vero \u201cprendersi cura\u201d dell\u2019altro, luogo in cui si d\u00e0 l\u2019essere singolare-plurale di ogni esistente, e a quelle inerenti il concetto di comunit\u00e0, che \u00e8 un essere in comune, essere l\u2019uno con l\u2019altro, ovvero essere insieme.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire da queste premesse ho deciso di scrivere e distribuire una serie di volantini per conoscere giovani coppie di innamorati da intervistare, nella zona est di Brooklyn, che all\u2019epoca viveva un consistente processo di gentrificazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Nasce cos\u00ec, nel 2011, <em>Lover\u2019s Discourse<\/em>, una videoinstallazione a due canali in cui un gruppo eterogeneo di partecipanti, per etnia, et\u00e0 e sesso, dialogano sul rapporto tra identit\u00e0 individuale e di coppia, all\u2019interno della comunit\u00e0 LGBT e non solo, di Williamsburg.<\/p>\n\n\n\n<p>Il titolo dell\u2019opera si ispira ai <em>Frammenti di un discorso amoroso <\/em>(1977) di Roland Barthes, un saggio anomalo sul vocabolario dell\u2019innamoramento che, in questo caso, rappresenta un riferimento metodologico, una dichiarazione di intenti. Quello che mi colpiva di quel libro, infatti, era proprio che fosse redatto in maniera volutamente asistematica, con una concatenazione di lemmi di lunghezza variabile, tra introspezioni psicoanalitiche, citazioni dalla filosofia classica e dalla letteratura romantica, oltre a conversazioni, ricordi intimi e note autobiografiche. Un miscuglio di elementi eterogenei che tracciano una personale semiologia dell\u2019amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio obiettivo \u00e8 stato quello di enfatizzare l\u2019entropia del modello di partenza per esplorare cambiamenti, sfide ed esperienze che costituiscono l\u2019identit\u00e0 dell\u2019essere coppia, al fine di indagare l\u2019importanza fondamentale della reciprocit\u00e0 e dell\u2019interscambio con l\u2019Altro, sempre attraverso un rapporto sincero con ognuno dei partecipanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Diverse sono le coppie di innamorati che hanno risposto all\u2019annuncio affisso nelle bacheche di bar, club, lavanderie a gettoni e ristoranti del quartiere. Di solito ci incontravamo nello stesso posto dove avevano letto la mia inserzione. A spingerli era la curiosit\u00e0 di capire meglio quali fossero le mie intenzioni, per poi affrontare, attraverso la creazione di un rapporto fondato su familiarit\u00e0 e fiducia, un processo di autoanalisi condivisa. Dopo una lunga frequentazione venivano invitati nel mio studio, uno alla volta. Al terzo piano di un edificio industriale su Metropolitan Avenue, che ospita l\u2019International Studio &amp; Curatorial Program, ho messo in scena il processo stesso di produzione di questo nuovo lavoro, trasformando il mio spazio privato in un set essenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>Sebbene abbia optato per riprendere la conversazione con un innamorato soltanto, a rotazione, il sistema di relazioni innescato si \u00e8 esteso, in realt\u00e0, a tutte le persone coinvolte e che rimanda allo spettatore stesso, che diviene il diaframma tra l\u2019affermazione di una soggettivit\u00e0 radicale e il mondo, mentre il contenuto dell\u2019immagine si trasforma nel processo stesso della sua rappresentazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Addentrandosi nel labirinto di sguardi che compongono e scompongono le relazioni di queste giovani coppie, lo spettatore rivive un\u2019esperienza di formazione. Prendendo posizione all\u2019interno dell\u2019installazione, soffermandosi sull\u2019una o sull\u2019altra storia, pu\u00f2 decidere di confrontarsi in modo mirato con alcuni temi piuttosto che con altri, in base alle proprie vicende biografiche. Una costante nella mia ricerca \u00e8 proprio questa sovrapposizione di sguardi che porta alla costruzione identitaria di un soggetto. Specchiandoci negli altri assumiamo diverse sembianze, producendo nuove corrispondenze, evidenziando mancanze e realizzando conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ha commentato una ragazza dopo aver partecipato a uno degli incontri aperti al pubblico, in cui la conversazione con un innamorato veniva condivisa con la collettivit\u00e0, \u201cparlare di amore \u00e8 per molti un tab\u00f9, e invece stasera \u00e8 come se fossimo riusciti ad aprire un grande ombrello sotto il quale in parecchi hanno deciso di stare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Un grand tour al contrario<\/h2>\n\n\n\n<p>Di ritorno in Italia ho sentito il bisogno di indagare la condizione stessa dell\u2019artista in residenza, per comprendere meglio la relazione con le istituzioni culturali, gli studi, i territori e le citt\u00e0 che, nel corso del tempo, mi hanno ospitato.<\/p>\n\n\n\n<p><em>The Reverse Grand Tour<\/em> \u00e8 un progetto del 2012, realizzato lungo l\u2019arco di un anno grazie a una residenza itinerante in alcune delle pi\u00f9 prestigiose accademie straniere di Roma. Un\u2019esperienza mai avvenuta prima, concepita proprio per osservare dall\u2019interno un sistema formativo e culturale unico al mondo e, allo stesso tempo, analizzare l\u2019evoluzione e la natura attuale del Grand Tour, attraverso la relazione degli artisti stranieri con la citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio l\u00ec dove \u00e8 nato questo modello, tanto in voga adesso e spesso abusato dalle logiche di marketing e di promozione culturale, ho deciso di fermarmi per rimettere in discussione il senso stesso della produzione artistica, attraverso un confronto a quattr\u2019occhi con artisti di diversa formazione e provenienza. Un Grand Tour al contrario perch\u00e9 realizzato da un artista italiano sconfinando tra un paese e un altro, pur rimanendo all\u2019interno degli stessi confini urbani.<\/p>\n\n\n\n<p>Al termine di questo viaggio, una nuova videoinstallazione ha raccolto, alla Galleria Nazionale d\u2019Arte Moderna e Contemporanea, i ritratti degli artisti che raccontano il proprio punto di vista, ognuno nella sua lingua nativa, assieme a una serie fotografica con le vedute degli interni degli studi in cui viene rovesciato il concetto tradizionale di camera con vista. Fotografie in cui non si ammirano pi\u00f9 i panorami e le rovine, bens\u00ec il dietro le quinte della creazione: una prospettiva ribaltata per riflettere sull\u2019immaginario e sul ruolo dell\u2019artista nella societ\u00e0 dei nostri giorni.<\/p>\n\n\n\n<p>La scelta di presentare questo lavoro all\u2019interno del museo in relazione ad alcune opere storiche legate al Grand Tour e agli autoritratti e ritratti degli artisti del XIX e XX secolo, ha posto la questione dell\u2019attualit\u00e0 del concetto di accademia e, insieme, della relazione tra la capitale e gli artisti internazionali che la visitano e la vivono per tradizione, ogni anno, da secoli. Un paesaggio mobile che vive nella stratificazione della Storia, ma si concretizza, grazie all\u2019esperienza diretta, in un attraversamento costante di luoghi ancorati s\u00ec alla tradizione eppure vividi e densi di verit\u00e0 perch\u00e9 abitati ora da nuove generazioni di uomini e donne che ne hanno ridelineato la fisionomia. Un paesaggio umano che si propone di rinegoziare il rapporto artista\u2013societ\u00e0 attraverso uno scambio etico tra chi l\u2019arte la produce e chi ne fruisce o ne fruir\u00e0 in futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo che un giorno un\u2019artista tedesca mi confid\u00f2 di cercare un passaggio nel muro per tornare a casa senza dover circumnavigare il parco di Villa Massimo. Immaginava di realizzare uno spiraglio per dialogare con gli abitanti del quartiere, che percepivano quello spazio privato come territorio straniero.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni giorno, in movimento attraverso la citt\u00e0, ho cercato di mettere in pratica un\u2019idea di accademia transnazionale, avviando una modalit\u00e0 di dialogo diffuso su pi\u00f9 livelli. In quest\u2019ottica, le <em>Promenades<\/em>, una serie di passeggiate in cui artisti con diversi approcci e competenze si sono ritrovati a condividere la propria esperienza, <em>vis-\u00e0-vis<\/em>, nel parco di Villa Borghese, hanno rappresentato un\u2019importante occasione per un confronto trasversale, da cui sono emerse proposte valide e articolate per rinnovare il sistema. La scelta di lavorare all\u2019interno delle istituzioni e non all\u2019esterno ha proprio il compito di responsabilizzare i luoghi deputati a ospitare e soprattutto incentivare lo scambio tra le diverse discipline.<\/p>\n\n\n\n<p>Pur spostandomi soltanto da una zona all\u2019altra di Roma, \u00e8 come se avessi attraversato nazioni e sistemi distanti, in un viaggio senza soluzione di continuit\u00e0. Ho avuto l\u2019opportunit\u00e0 di confrontarmi con politiche culturali di ampio respiro e ogni volta il mio tentativo \u00e8 stato quello di adattarmi il pi\u00f9 possibile alle regole e alle consuetudini proprie di ogni realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante in ogni accademia avessi a disposizione uno spazio dedicato, \u00e8 proprio attraverso il desiderio di partecipazione degli artisti che mi \u00e8 stato permesso di entrare e lavorare, di volta in volta, nei loro studi, in condizioni sempre delicate, in bilico tra le relazioni individuali e i rapporti con l\u2019intera comunit\u00e0. Spostarsi di continuo da un posto all\u2019altro implica inevitabilmente una perdita, un sentimento di nostalgia e spaesamento che mi premeva testimoniare. Ripensando al concetto di comunit\u00e0 come <em>munus<\/em>, ho sentito il dovere di mettere in discussione il sistema, mostrandone debolezze e virt\u00f9. Per quanto ogni accademia sia regolata al proprio interno da equilibri piuttosto definiti, \u00e8 emerso chiaramente che nel viaggio in s\u00e9, nei valichi e negli attraversamenti, la moltitudine viene a perdersi e il concetto di comunit\u00e0 si sfalda. L\u2019obiettivo del lavoro \u00e8 stato proprio quello di tentare di ricomporre questa \u201cunit\u00e0 di molti\u201d che esiste nella realt\u00e0 solo per frammenti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una questione di inclusione: rispetto al momento storico in cui viviamo non possiamo che essere presenti. Presente ognuno a suo modo, attraverso un inevitabile e soggettivo processo di riconnessione con la realt\u00e0. Considero oggi la presenza quasi come un dovere per gli artisti, tanto pi\u00f9 per quelli pi\u00f9 giovani, che corrono il rischio di chiudersi all\u2019interno di un sistema che ha poco da condividere con il sentire comune. Non mi riferisco alla corrispondenza tra arte e vita, ma piuttosto alla necessit\u00e0 di ricollegarsi in modo autentico a s\u00e9 e agli altri. Spostando l\u2019attenzione dall\u2019opera d\u2019arte al ruolo dell\u2019artista nel processo di evoluzione della societ\u00e0, \u00e8 chiaro che l\u2019artista pu\u00f2 divenire un interlocutore centrale nelle dinamiche comunitarie solo grazie a un confronto denso e duraturo sia sul piano individuale che su quello collettivo. Proprio per questo motivo ho sentito la necessit\u00e0 di confrontarmi con altri artisti, per osservare e mettere in discussione il sistema dall\u2019interno, in prima persona.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Darye<\/h2>\n\n\n\n<p>Ogni viaggio diventa un percorso, un progetto di indagine sociale e concettuale, un\u2019opportunit\u00e0 per esplorare la relazione tra luoghi, sguardi, esperienze e prospettive.<\/p>\n\n\n\n<p>Grazie a una International Artist Fellowship promossa dal MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art Korea, nel 2014 mi sono trasferito a Seoul, metropoli a cui sono particolarmente legato per il forte contrasto tra innovazione e tradizione che la caratterizza, cos\u00ec come per l\u2019accoglienza che mi \u00e8 stata dedicata. Per queste ragioni ci sono tornato diverse volte, per occasioni espositive, talk e seminari presso le universit\u00e0 locali, sempre sotto la spinta di approfondire i modi in cui arte ed educazione possono incontrarsi e produrre contenuti.<\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante fossi abituato a viaggiare, \u00e8 stata la prima volta in cui vivevo in Estremo Oriente per un lungo periodo di tempo. \u00c8 stata un\u2019esperienza diversa rispetto ai viaggi da turista. Vivere in un paese denso di contraddizioni come la Corea mi ha portato a cercare, nella quotidianit\u00e0, una connessione con gli altri che non poteva passare attraverso la lingua, dato che non parlo coreano.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio mi scontravo con questa barriera, forse proprio per il background in drammaturgia, per l\u2019importanza che ricoprono le parole e il linguaggio nella pratica della relazione. Nonostante i curatori e gli studenti con cui avevo a che fare parlassero inglese, con accento americano impeccabile, al di fuori dei luoghi deputati, oltre il campus universitario e il museo, non avevo modo di confrontarmi con gli estranei. Da qui ricordo che nasceva e cresceva in me una forte frustrazione, dovuta all\u2019impossibilit\u00e0 di comprendere chi incontravo.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche solo andare al supermercato e spostarsi da un quartiere a un altro \u00e8 piuttosto difficile in una citt\u00e0 come Seoul. Non riuscivo ad adattarmi, a integrarmi. Finch\u00e9 ho iniziato a frequentare la comunit\u00e0 di Hwagyesa, nata attorno al tempio buddista fondato a ridosso della montagna di Bukhansan, nell\u2019area settentrionale della citt\u00e0. L\u00ec ho compreso che, probabilmente, il modo migliore per avvicinarsi a un estraneo ed entrare in contatto con quella societ\u00e0 sarebbe stato, pi\u00f9 che per mezzo della parola, attraverso modalit\u00e0 legate alle abitudini e tradizioni locali, come la meditazione, il silenzio, l\u2019osservazione e la contemplazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa esperienza \u00e8 nata la ricerca per una nuova opera, <em>Darye<\/em>, a met\u00e0 tra un workshop e una performance, un dialogo intimo e allo stesso tempo un incontro aperto al pubblico, in cui tutti potevano partecipare. Per quest\u2019occasione ho invitato un eterogeneo gruppo di artisti coreani, che si esprimono con approcci differenti tra teatro, musica e arti visive, a bere un t\u00e8 assieme in un <em>hanok<\/em> all\u2019interno dell\u2019Art Sonje Center, una casa tradizionale di legno costruita, nel XIV secolo, nel cortile di quello che oggi \u00e8 uno dei centri d\u2019arte contemporanea tra i pi\u00f9 attivi a livello internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa occasione \u00e8 emerso un flusso di pensieri, confessioni e ipotesi intorno al ruolo dell\u2019artista nella societ\u00e0 contemporanea e al rapporto di ciascun partecipante con le tradizioni e le istituzioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il titolo dell\u2019opera fa riferimento a una forma tradizionale di cerimonia del t\u00e8 che \u00e8 stata praticata in Corea per oltre mille anni e il cui elemento principale \u00e8 la naturalezza nel gustare il t\u00e8 in un ambiente informale. Questo tipo di cerimonie vengono ripristinate, nella vita frenetica coreana, allo scopo di ritrovare relax e armonia.<\/p>\n\n\n\n<p>Con questo lavoro ho riattivato una pratica fondata sul desiderio di confronto con comunit\u00e0 e territori, indagando un reciproco senso di appartenenza attraverso l\u2019esperienza di prima mano. In particolare mi interessava approfondire le modalit\u00e0 attraverso cui le giovani generazioni di artisti riflettono sull\u2019influenza della tradizione locale all\u2019interno della propria ricerca. Significativa la testimonianza di uno di loro che ha descritto la convivenza, nel processo creativo, di una sensazione di smarrimento con una certa libert\u00e0 nella produzione di nuove composizioni, come conseguenza del fatto che tutti gli strumenti dell\u2019opera e del teatro coreano siano stati distrutti in seguito all\u2019occupazione giapponese.<\/p>\n\n\n\n<p>In ambito accademico poi, la suddivisione tra studi legati all\u2019arte classica orientale e a quella moderna occidentale, ha creato una dicotomia indissolubile tra chi sceglie di attingere al passato e chi si proietta in avanti, attraverso una presa di posizione che ha a che fare con le radici non solo estetiche ma anche geopolitiche dell\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p>La conversazione avveniva sempre con una persona alla volta, per quanto la presenza del pubblico palesasse l\u2019intenzione di coinvolgere la collettivit\u00e0 all\u2019interno di un nuovo esperimento ispirato allo studio delle dinamiche di gruppo e all\u2019identit\u00e0 delle comunit\u00e0, quelle geografico-culturali e quelle legate al sistema dell\u2019arte. Esplorando codici condivisi, specchio e origine di vecchi e nuovi immaginari collettivi, sono emerse traiettorie distanti, attitudini personali e politiche a pi\u00f9 ampio raggio che utilizzano le tradizioni e le arti contemporanee per catturare l\u2019attenzione di fruitori internazionali. Basti pensare alla diffusione del cinema coreano o alla musica K-pop, le cui hit nascevano come riscrittura di canzoni popolari occidentali e oggi occupano i primi posti in classifica a livello mondiale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 proprio sulle radici culturali del binomio Oriente-Occidente che si gioca una delle partite pi\u00f9 importanti nel processo di rinnovamento della societ\u00e0 contemporanea, costantemente in bilico tra spiritualit\u00e0 e materialismo, collettivismo e individualismo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Portami al Confine<\/h2>\n\n\n\n<p>Il concetto di identit\u00e0 \u00e8 in stretta relazione con quello di comunit\u00e0, nella misura in cui l\u2019esperienza intima condivisa da un individuo diviene la chiave di accesso alla verit\u00e0 di un determinato gruppo sociale. In questo modo si attiva un movimento circolare, ed \u00e8 proprio l\u2019efficacia di questa interazione rituale che, responsabilizzando tutti i partecipanti alla valorizzazione delle relazioni, costituisce il vero collante del legame comunitario.<\/p>\n\n\n\n<p>Fondamentale in questo senso l\u2019equilibrio che si crea tra artista e comunit\u00e0, in termini di apertura, trasparenza, interesse reciproco e comunicazione. \u00c8 un processo di negoziazione delicato, tra dare-ricevere-ricambiare, che presuppone la condivisione di responsabilit\u00e0 tra le parti nella creazione di qualcosa di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p>La componente temporale cos\u00ec come la partecipazione volontaria sono i due presupposti essenziali per instaurare una relazione significativa con l\u2019altro. A prescindere che si tratti di un libro, di un film o di un\u2019installazione, la mia metodologia di ricerca prevede una prima fase di raccolta di materiali sul campo e una seconda di riscrittura drammaturgica ed editing finale. A partire dal confronto, in seguito l\u2019obiettivo \u00e8 di ricomporre la molteplicit\u00e0 dei punti di vista in un unico sguardo personale. Lo scambio corale con i diversi soggetti \u00e8 importante tanto quanto la necessit\u00e0 di rendere accessibile il lavoro, nella sua sintesi formale, attraverso il filtro di una autorialit\u00e0 individuale. Lo spirito di reciprocit\u00e0 che caratterizza la fase processuale infatti \u00e8 fondamentale anche nel momento dell\u2019esposizione, in cui la collettivit\u00e0 ha la possibilit\u00e0 di creare un nuovo dialogo, diretto e singolare, con ciascuno degli individui coinvolti nel corso della produzione. In questo modo, se si riesce a instaurare una relazione attiva tra artista, comunit\u00e0 partecipante e pubblico finale, l\u2019opera d\u2019arte pu\u00f2 rispondere alla sua funzione di educazione radicale.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire da queste premesse, significativa \u00e8 stata l\u2019esperienza delle relazioni instaurate a livello locale in occasione di <em>Portami al Confine<\/em>, una videoinstallazione prodotta nel 2017 per il decennale del MUSMA Museo d\u2019Arte Contemporanea di Matera e ora ospitata in modo permanente in una delle sale di Palazzo Pomarici. Venticinque rifugiati, contadini, minori, operatori sociali e anziani si interrogano sulle possibili modalit\u00e0 per vivere assieme.<\/p>\n\n\n\n<p>Rispetto al senso di comunit\u00e0, quello che mi interessava indagare \u00e8 il concetto di <em>capacity<\/em>, un termine inglese che si pu\u00f2 tradurre con la potenzialit\u00e0 di contenere qualcosa di esterno. In questo caso l\u2019ho interpretato con il grado di accoglienza. Quanto la comunit\u00e0 fosse in grado di tollerare l\u2019altro: lo straniero, l\u2019immigrato, il turista.<\/p>\n\n\n\n<p>Per comunit\u00e0 non intendo solo i materani, ma mi riferisco alla comunit\u00e0 di pratica costituita dalle persone che si sono ritrovate attorno a questo progetto, provenendo anche da regioni limitrofe, con un obiettivo comune.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019opera finale non \u00e8 da intendere come una scadenza o un punto di arrivo, bens\u00ec come il frutto del tempo, delle collaborazioni stratificate e della continuit\u00e0 del lavoro nella regione. Primo passo per accendere la curiosit\u00e0 dei partecipanti \u00e8 stata la distribuzione di un poster con una missiva dedicata alla citt\u00e0, per la quale mi sono ispirato alla <em>Lettera ai Materani<\/em> del 1978 dello scultore Pietro Consagra. I partecipanti ne portavano via uno in cambio della loro collaborazione. Poster che ancora oggi vedo affissi nelle case delle persone, sui muri accanto ai manifesti pubblicitari, negli uffici comunali, nelle scuole, in giro per Matera.<\/p>\n\n\n\n<p>Trasformando il museo in uno spazio dedicato all\u2019accoglienza \u2013 da non intendere come un gesto, ma come un percorso di accompagnamento \u2013 ho pensato a una mostra che non fosse solo occasione espositiva ma anche di produzione, incipit per un laboratorio di formazione permanente nel territorio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo della mia ricerca non consiste solo nel creare un\u2019opera, ma nell\u2019aprire uno spazio, attraverso la sua creazione, per porre delle questioni. In questo senso, l\u2019idea di confine coincide con una possibilit\u00e0, una valenza attrattiva in termini di relazioni che si possono allacciare tra gli individui. Il confine, dunque, non come linea che delimita, ma come spazio in cui ci si ritrova a condividere un\u2019esperienza. Ed \u00e8 quello che succedeva durante i workshop attivati nelle sale del museo. Chiedevo ai partecipanti di esporsi interpretando la propria idea di confine, per confrontarsi con quella degli altri. C\u2019\u00e8 chi ha attribuito il concetto di confine alla vulnerabilit\u00e0 interiore e chi invece ne ha parlato in termini filosofici e politici. Li invitavo poi a mettere per iscritto la loro nuova idea di confine, che appariva inevitabilmente cambiata in seguito al confronto. Ciascuno la condivideva ad alta voce dando vita a una conversazione collettiva senza pi\u00f9 alcuna linearit\u00e0. Mi interessava spostare i limiti di ciascuno per spingerli ad assumere il punto di vista di un altro, che sentivano vicino o distante. Successivamente uscivamo dal contesto protetto del museo e scendevamo in strada. Ciascuno ha lavorato sul proprio confine, tentando di superarlo, cercando la propria chiave per oltrepassarlo.<em> Portami al Confine <\/em>rappresenta il tentativo di ogni partecipante di condurmi l\u00e0 dove si innesca la relazione con la collettivit\u00e0. I luoghi scelti da ognuno hanno delineato i punti di partenza in cui ho ambientato nuove conversazioni per la videoinstallazione finale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il processo rimane nascosto e palese allo stesso tempo. La tecnica col tempo si \u00e8 affinata, eppure, ogni volta, io stesso spingo i confini della mia azione in nuove direzioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Solitamente coinvolgo solo le persone con le quali riesco a instaurare un buon dialogo, costruendo una relazione nel tempo. Pongo loro domande derivanti da un\u2019attivit\u00e0 laboratoriale condivisa. Dalle prime domande si generano risposte e riflessioni che poi trascrivo, tra le quali creo associazioni attraverso la pratica della riscrittura. Si delinea quindi una conversazione che non \u00e8 mai reale perch\u00e9, seppur avvenuta in un dialogo uno a uno, \u00e8 rimessa in scena secondo un ordine differente che associa e discosta i punti di vista. Si genera cos\u00ec una nuova socialit\u00e0: un ritratto collettivo, una scultura sociale a partire da punti di vista individuali che producono, assieme, una nuova interpretazione della comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Il dovere di dire la verit\u00e0<\/h2>\n\n\n\n<p>Ho sempre cercato di stabilire un rapporto peculiare in ogni incontro. I singoli scelgono di partecipare. \u00c8 da qui che nascono le storie: dall\u2019esigenza di essere ascoltati, anche da se stessi. Si potrebbe dire che l\u2019opera genera un dispositivo di condivisione, a partire dal fatto che tu abbia qualcosa da dire e che scelga di dirlo proprio a me.<\/p>\n\n\n\n<p>Il dovere di dire la verit\u00e0 resta oggi agli intellettuali e agli artisti. Un compito caratterizzato dalla scelta quotidiana di correre rischi. \u201cIl pensatore che non assuma come riferimento il valore della verit\u00e0 nella lotta politica non pu\u00f2 affrontare responsabilmente l\u2019esperienza del vivere nella sua interezza\u201d, ci ricorda Edward Said.<\/p>\n\n\n\n<p>Rispetto alla responsabilit\u00e0 di re-immaginare il mondo, la scommessa, a mio avviso, sta nell\u2019individuazione di modalit\u00e0 alternative di relazione e, in particolare, nel poter disporre di ulteriori possibilit\u00e0 di scambio. Un rischio che nasce non solo se si attiva una relazione comunitaria, ma gi\u00e0 quando si riesce a innescare un dialogo significativo con una sola persona. Come in una relazione d\u2019amore, se non \u00e8 reciproco non funziona.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019incontro pi\u00f9 emblematico in questo senso \u00e8 stato quello con l\u2019attore palestinese Saleh Bakri, che, nel 2019, ha portato alla realizzazione della videoinstallazione intitolata <em>Dialogue with the Unseen<\/em>. \u00c8 ancora Said a scrivere: \u201cIn tempi oscuri avviene molto spesso che i cittadini di una nazione affidino il compito di rappresentare la propria sofferenza alla figura dell\u2019intellettuale, che ne diviene testimone e portavoce\u201d. Nel mio caso, la questione fondamentale era quella di conciliare la mia identit\u00e0, le caratteristiche della mia arte e visione della societ\u00e0 con l\u2019identit\u00e0, la cultura e la storia palestinese, spesso rappresentate in modo retorico, ideologico e superficiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho conosciuto Saleh Bakri a Haifa, nell\u2019estate del 2014, mentre a Gaza infieriva l\u2019operazione <em>Protective Edge<\/em>. Non \u00e8 stato semplice, al telefono o via mail, comprendere le intenzioni l\u2019uno dell\u2019altro. Eppure, quando mi ha invitato per un caff\u00e8 sul suo terrazzo affacciato sul mare, le barriere si sono dissolte ed \u00e8 nato un sodalizio di cui vado particolarmente orgoglioso ancora oggi, sia a livello umano che professionale. La figura di Saleh Bakri \u00e8 emblematica non solo per i ruoli che ha scelto e interpretato sul grande schermo, ma anche per le posizioni assunte come intellettuale simbolo della nuova generazione palestinese a livello internazionale. Non era un attore ci\u00f2 che cercavo, ma un individuo consapevole, in grado di mettersi a disposizione per ascoltare le urgenze della comunit\u00e0 locale.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo una serie di incontri, conversazioni e confronti, abbiamo scritto a quattro mani una storia alternativa all\u2019occupazione e alla guerra, con l\u2019intenzione di dare visibilit\u00e0 a individui per lo pi\u00f9 sconosciuti ai media tradizionali, eppure impegnati, quotidianamente, in atti di resistenza creativa. Quel che mi interessava infatti erano le strategie che i singoli attivano, a livello comunitario, per superare il trauma. Credo che questa sia poi la funzione dell\u2019arte, spostare la prospettiva rispetto ai punti di vista a cui siamo abituati, per evitare di perpetuare uno schema che si ripete sempre senza evoluzioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio a partire da quel contesto specifico il mio obiettivo era narrare una storia universale, perch\u00e9 tutti, al di l\u00e0 della propria origine, formazione e appartenenza religiosa, entrando all\u2019interno dell\u2019installazione, potessero porsi delle domande semplici, e profonde allo stesso tempo, sul senso del divino, della natura e della societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Attraverso lo sguardo del DJ Eisa Khalifa, rivolto a Nazareth, al tramonto, dal Monte del Precipizio, e la voce concreta della poetessa Asmaa Azaizeh su quel che resta della vecchia Haifa, <em>Dialogue with the Unseen<\/em> esplora il senso di appartenenza e l\u2019identit\u00e0 culturale di una comunit\u00e0 che resiste.<\/p>\n\n\n\n<p>Saleh Bakri cammina lungo un sentiero nel deserto roccioso del Negev, attraversa il paesaggio lunare del cratere di Maktesh Ramon, e la scena, ripetuta in loop, si trasforma in un\u2019immagine ipnotica, astratta e metafisica. Il pubblico \u00e8 invitato a muoversi nello spazio, a immergersi in quel paesaggio e a confrontarsi con vedute differenti, che possano rimettere in discussione la propria considerazione del concetto di invisibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno dei miei obiettivi, come artista, \u00e8 attivare desiderio di relazione e capacit\u00e0 di azione, sperimentando modalit\u00e0 alternative a quelle che gi\u00e0 conosciamo. Lo spazio delle relazioni \u00e8 anche uno spazio di resistenza, nel quale si impongono possibilit\u00e0 che ci permettono di vedere le cose da un punto di vista inedito. Tuttavia, non credo che si possa raggiungere questo risultato se si intendono la partecipazione e la relazionalit\u00e0 come fattori esclusivamente interni alla pratica artistica. Il confronto, l\u2019ascolto attivo e l\u2019individuazione delle urgenze sono possibili dialogando, uno di fronte all\u2019altro. \u00c8 una questione di responsabilit\u00e0. Perch\u00e9 fai arte e cosa cerchi? Assieme all\u2019esigenza di affrontare questa domanda sul piano individuale \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 importante per me il ruolo della fiducia nelle relazioni. Questo vuol dire fare i conti con le diffidenze che inizialmente caratterizzano le dinamiche relazionali e, soprattutto, con la continua possibilit\u00e0 di rinegoziare, secondo diverse strategie, le proprie prospettive.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"has-text-align-center wp-block-heading\">Nello stesso verso<\/h2>\n\n\n\n<p>Se la verit\u00e0 \u00e8 illimitata e incondizionata come una terra senza sentieri definiti, il mio tentativo \u00e8 stato quello di tracciare alcune vie, percorse in prima persona. Nell\u2019arco di un ventennio ho indagato e raccontato storie diverse, estratte da contesti comuni e poi ricomposte, come i tasselli di un mosaico, all\u2019interno di un\u2019immagine d\u2019insieme.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il filosofo francese Jean-Luc Nancy \u201cci\u00f2 che l\u2019arte pu\u00f2 trasmettere \u00e8 una determinata formazione, configurazione o percezione di s\u00e9 del mondo contemporaneo\u201d. La partecipazione e la conoscenza attraverso le immagini sono dunque allo stesso tempo uno strumento e un obiettivo di cui oggi dobbiamo tener conto.<\/p>\n\n\n\n<p>Universale significa andare nello stesso verso, stare nella mente e nella pratica senza distinzione, e in tal senso la condivisione attraverso la fiducia, non solo dell\u2019altro, ma anche nello stesso legame sociale, costituisce una delle chiavi centrali della mia ricerca.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 anacronistico continuare a operare in modo isolato all\u2019interno del proprio studio o solo in contesti deputati, producendo opere che ottengono spesso il risultato di allontanare il pubblico. Credo che l\u2019arte debba tornare ora a vibrare con la realt\u00e0, affinch\u00e9 si assottigli quel divario rispetto a chi \u00e8 ancora convinto che quello di cui ci occupiamo sia un lusso.<\/p>\n\n\n\n<p>Attraverso una riconfigurazione delle dinamiche di produzione ed esposizione, per mezzo di un approccio pi\u00f9 empatico, autentico e umano, possiamo adesso, come artisti, fare la differenza. Se ci guardiamo negli occhi, e impariamo ad ascoltarci, uno alla volta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La societ\u00e0 \u00e8 un laboratorio Secondo Michel Foucault, con l\u2019avvento di Napoleone, assistiamo al passaggio da una societ\u00e0 di sovranit\u00e0 a una societ\u00e0 disciplinare. La societ\u00e0 disciplinare si definiva attraverso la costituzione di spazi di reclusione: prigioni, scuole, fabbriche, ospedali, manicomi. 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